Le frappe de nonna
A ognuno la sua ricetta
Un tempo le frappe le preparava nonna il giovedì grasso.
In cucina non ci potevi mettere piede. Se ti azzardavi anche solo a prenderti un bicchiere d'acqua diceva "Statte bono, ce pensa nonna tua" e t'aveva fregato, perché mentre tu pensavi a quanto ti amava nonna tua che ti trattava come un principe, lei intanto aveva sparso un centinaio di mine antiuomo per tutto il perimetro della cucina.
Se eri poco fortunato e la nonna non ce la avevi, le frappe te le preparava mamma, con la stessa ricetta di nonna però, a occhio.
Come accadeva a casa mia, non arrivavano mai fino al martedì grasso, e allora amen. Il suo lo aveva fatto e dovevi aspettare un anno intero. C’era comunque la festa a scuola con cui finire in bellezza il carnevale, e le frappe di nonne e mamme dei compagni di classe, a volte ci scappava anche qualche castagnola. Erano buone, mai come quelle che facevano a casa tua, ma ci potevi stare.
Poi il carnevale sul calendario spariva e arrivava la Pasqua, e alle frappe non ci pensavi più, avevi un’altra cosa da aspettare: le torte cresciute con cui fare la colazione con uova e salame. E, come per tutte le cose, il risultato era un terno al lotto. Un anno nonna c’ha messo troppo rum e ci siamo ubriacati tutti. Forse lo aveva fatto apposta per lasciarci un bel ricordo di lei, infatti non è arrivata alla Pasqua successiva.
Chi è nato in famiglie come la mia si porta dietro le tradizioni, non a occhio, perché nel frattempo le cose cambiano, è inevitabile, ti dicono che la pasticceria è una questione di chimica: tanto di quello e quell’altro. E ci devi stare, dalla bilancia non si scappa.
Era bello però andare ogni anno a votazione “Oh so proprio bone, meglio dell’anno scorso”, e lei ti rispondeva “Eh ‘sta vorta c’ho messo un pizzico de vaniglia» glielo aveva suggerito la signora Franca, la dirimpettaia che usava ritagliare le ricette dai giornali, ma a cosa corrispondesse quel ‘pizzico’ non era dato di saperlo perché lei per spiegartelo metteva la mano a cucchiara e ci raspava dentro con tre dita.
Però, in tutto quello che faceva ci ritrovavi sempre quel sapore inconfondibile di nonna tua che cucinava qualunque cosa per un esercito, forse perché si era fatta la guerra, e la distribuiva a tutto il palazzo, a Franca per prima. La rimanenza la conservava dentro la credenza perché le cose mangiate il giorno dopo ‘se riposano e so più bone’.
Una delle tante cose che ci ha insegnato nonna è che l’amore non si conta in etti o in grammi, ma a occhio, e quando è a occhio stai certo che è tantissimo.
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