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“Il colore giallo paglierino è inconfondibile, minuscoli puntini marroni corrono lungo tutta la superficie. La pelle è avvizzita, un’ammaccatura più scura segnala il tempo che passa, mentre il picciolo è completamente secco. La mela è ferma lì, da chissà quanto tempo, nascosta nel cassetto della frutta e della verdura. Accanto un paio di carote, anche loro raggrinzite, sono le ultime rimaste nel vassoio di plastica che le conteneva. Per il resto il cestello è vuoto. Nei ripiani sopra al frigo, alcuni vasetti contengono marmellate con una patina di muffa, un tubetto spremuto di maionese, una bottiglia di plastica con un residuo d’acqua. L’avanzo della cena della sera prima, acquistata con un clic sul telefono, è ancora nella sua confezione, lasciato in frigo con l’idea ottimistica - e quasi mai reale - che possa essere consumato il giorno dopo.” Questo brano ha tutte le carte in regola per essere l’incipit di un romanzo. E per certi versi lo è. Perché è la storia di ognuno di noi e della nostra relazione con il cibo. Ma è anche tanto altro. È un viaggio nel corpo cavernoso della terra, nel suo magma incandescente che risale verso la superficie e soffoca tutto, la terra, gli oceani, l’aria, e si scaglia sotto forma di lasagne precotte sullo scaffale del supermercato. È un manuale di sopravvivenza questo saggio Fragole d’inverno di Fabio Ciconte (direttore dell’associazione ambientalista Terra! e portavoce della campagna Filiera Sporca contro il caporalato e lo sfruttamento del lavoro in agricoltura). È un thriller avvincente in cui l’autore indaga la relazione tra i nostri vizi alimentari, i processi di produzione agricola e animale, e il riscaldamento globale. 




“Le persone non hanno più il tempo di ‘pipiare’ il sugo” spiega un agricoltore pugliese a cui Ciconte da voce. Il frigorifero diventa così la metafora della nostra esistenza che ci interroga sui nostri gesti quotidiani, dove il cibo, sempre meno materia prima e sempre più prodotto trasformato, inscatolato, imbustato, piegato alle esigenze del mercato, si riduce in avanzo e troppo spesso in rifiuto. Ogni anno sprechiamo, infatti, 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti commestibili, cioè un terzo della produzione alimentare globale e quattro volte quella necessaria per nutrire le persone che soffrono la fame. “Secondo la FAO, i costi vivi dello spreco alimentare – compresi quelli ambientali e sociali – superano abbondantemente i duemila miliardi di dollari”. Solo in Italia questo spreco sfiora l’1% del PIL, cioè noi italiani trasformiamo in rifiuti avanzi per 12 miliardi l’anno. Fragole d’inverno è anche un’analisi esauriente e attenta sui metodi di produzione agricola e animale, e sulle sue distorsioni. Una produzione agricola “alimentata da un utilizzo massiccio di input chimici, che ha visto sia una progressiva erosione della biodiversità a vantaggio di poche varietà prodotte su larga scala, sia un calo della fertilità dei suoli con conseguenti fenomeni di desertificazione” e un incremento di allevamenti intesivi che “hanno raggiunto dimensioni mai viste, tanto da necessitare, per sostenere gli animali, di un terzo delle terre coltivabili a livello mondiale”. Basti pensare che per produrre un chilo di carne suina sono necessari quattro chili di mangime e seimila litri di acqua. In questo saggio Fabio Ciconte scrive sulle cause antropiche delle malattie che affliggono il nostro pianeta, e da buon clinico mostra le possibili cure per bloccarne l’evoluzione. E questo aspetto ha delle implicazioni morali e filosofiche cruciali per il nostro tempo, il tempo delle generazioni di Greta Thumberg che scendono in piazza per reclamare il loro futuro. 



Il LIBRO "Fragole d’inverno" di Fabio Ciconte (Laterza, 2020, pp. 118, euro 15,00)



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