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Dove qualcosa manca Un esordio destinato a lasciare il segno Per comprendere il presente è necessario conoscere il passato. Questo principio lo enunciava già Tucidide circa 2400 anni fa. La distanza temporale che ci separa dallo storico ateniese, però, non deve farci cadere nella tentazione di maneggiare le sue parole come puro esercizio retorico, soprattutto quando parliamo di guerra e dei suoi postumi, soprattutto oggi, tempo in cui la convinzione della fine della storia, identificata nella caduta del Muro di Berlino prima e nella disintegrazione dell’Unione Sovietica poi, risulta più che mai illusoria.  Allora vale la pena fare un passo indietro, respirare l’aria di quel primo ventennio del secondo dopoguerra italiano, passare dal generale al particolare e immergersi in una storia di uomini e donne, forse modellate con l’ingegno dell’immaginazione o forse realmente esistite. Di certo sappiamo l’epoca, anzi le epoche: il 1944 e il 1958. E le radici: un paese veneto. È qui, al ce...
Andrea Cotti  
Donatella Di Pietrantonio  
Le frappe de nonna A ognuno la sua ricetta Un tempo le frappe le preparava nonna il giovedì grasso. In cucina non ci potevi mettere piede. Se ti azzardavi anche solo a prenderti un bicchiere d'acqua diceva "Statte bono, ce pensa nonna tua" e t'aveva fregato, perché mentre tu pensavi a quanto ti amava nonna tua che ti trattava come un principe, lei intanto aveva sparso un centinaio di mine antiuomo per tutto il perimetro della cucina. Se eri poco fortunato e la nonna non ce la avevi, le frappe te le preparava mamma, con la stessa ricetta di nonna però, a occhio. Come accadeva a casa mia, non arrivavano mai fino al martedì grasso, e allora amen. Il suo lo aveva fatto e dovevi aspettare un anno intero. C’era comunque la festa a scuola con cui finire in bellezza il carnevale, e le frappe di nonne e mamme dei compagni di classe, a volte ci scappava anche qualche castagnola. Erano buone, mai come quelle che facevano a casa tua, ma ci potevi stare. Poi il carnevale sul ca...
  La vana illusione Una storia autentica come solo la verità sa essere  Pietro Barozzi è un cinico di professione, nella vita funzionario senior per una società di recupero crediti. È come una macchina di Turing, capace di sputare sequenze su un nastro infinito. Fino a quando non ci sbatte il cuore su quel nastro, carburato a piccoli sorsi d’alcool con cui prova a sciogliere la complessità di quel marchingegno, cucito addosso come i suoi abiti impeccabili, un’architettura ingegnosa, un mostro più vorace della logica. Si comincia bambini, pronti a tuffarsi nell’adolescenza con la smania di diventare ragazzi, e non ricordi più quale sia stato il preciso momento in cui le legnate che hai preso ti trasformano in una persona capace di chiedere il conto anche a chi non ha nemmeno una lacrima per piangere. E Pietro ci riesce, gli piace, ci gode a punire i furbetti, quelli che si lasciano corrompere dalla vanità, sostanza divina, incantatrice di serpenti. La macchina, i viaggi, il te...
La gioia fa parecchio rumore   Il nuovo libro di Sandro Bonvissuto, una grande storia sulla famiglia italiana  “La vita non inizia quando uno nasce, la vita inizia nel momento in cui si comincia ad amare”. Quando un libro esordisce così le cose sono due: o hai il buon senso di chiuderlo al volo e tirarlo in testa al tuo libraio oppure ti fai fregare, e allora la forza dei ricordi ti costringe a contare i cadaveri delle zanzare sui muri, mentre le pagine rotolano sulla tua infanzia. Perché questo libro è un viaggio di sola andata che attraversa un’epoca memorabile, una squadra capace di infliggerti i dolori più spietati e il giorno in cui hai smesso di essere bambino.  Sandro Bonvissuto scava ad arte nella memoria per risalire a quel crocevia, raschiandolo fino in fondo, entrando a gamba tesa con la potenza delle parole e raccontando di una passione capace di colmare distanze inaudite fino a sublimarsi in una bandiera. E tanto la famiglia è imprescindibile per l’amore che ...
Cosa rimane dopo la fine   La storia di Marco Vannini, l’angelo biondo  Quando sparare per uccidere o non soccorrere dopo aver sparato per errore portano allo stesso risultato, cioè alla morte, la giustizia non deve fare sconti. Perché se è vero che l’omicidio non è stato pianificato prima, allora è stato pianificato dopo, lasciando aggravare la ferita della vittima. Per questo lo scorso 30 settembre Antonio Ciontoli, militare di carriera e addetto alla sicurezza nei servizi segreti, è stato condannando dalla Corte d’Assise, nell’ambito del processo d’appello bis, a 14 anni di reclusione per il reato di omicidio volontario con dolo eventuale e a 9 anni e 4 mesi la moglie Maria Pezzillo e i figli Martina e Federico con l’accusa di concorso nel reato per l’omicidio di Marco Vannini, deceduto dopo un colpo d’arma da fuoco sparato da Antonio Ciontoli nella villetta di Ladispoli la notte tra il 17 e il 18 maggio 2015. È di questo che si tratta, di omicidio volontario. Indipendente...